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Tchaikovskij

Cajkovskij (Tchaikovsky),  compositore russo, è nato il 7 maggio del 1840 a Kamsko-Votkinsk in Russia; il padre era un ingegnere minerario ucraino e la madre, una donna di nobili origini francesi.

Iniziò a studiare il pianoforte a soli sette anni e poi continuò gli studi musicali fino al 1865, al conservatorio di San Pietroburgo.

Nominato professore di teoria e armonia al conservatorio di Mosca, Piotr Ilic Tchaikovsky sposa una sua giovane ammiratrice, che gli aveva scritto dichiarandogli il suo amore. L’unione è subito piena di contrasti dopo solo quattordici giorni il compositore tenta il suicidio, poi  in piena crisi isterica fugge a San Pietroburgo, separandosi dalla moglie dopo appena sei settimane dal matrimonio.
La naturale predisposizione di Tchaikovsky a delicati stati d’animo, lo portano ad avvolgere il testo in una atmosfera musicale di malinconica tenerezza, dove la sensibilità decadente del compositore indulge un poco al sentimentalismo riuscendo a coniugare la tradizione musicale popolare russa con la sensibilità musicale e culturale francese e tedesca, nella realizzazione di un linguaggio
sicuramente personale, ma non di portata “nazionale”.
Tchaikovsky, oltre ad essere uno dei più stimati compositori dell’Ottocento, è anche uno dei padri (per quanto riguarda l’aspetto musicale) del balletto classico: la musica da lui dedicata al balletto è sempre stata scritta tenendo ben presente le esigenze coreografiche, lasciandosi influenzare dalle necessità ritmiche dei ballerini.
“La bella addormentata”, o “Lo schiaccianoci” costituiscono, a questo proposito, veri capisaldi della  letteratura musicale per balletto; ma è senz’altro il “Lago dei cigni” che raccoglie, nelle sue immortali pagine, l’incanto di una drammatica favola romantica, lo struggente lirismo di uno dei più prolifici musicisti dell’Ottocento e, infine, alcune ardite risoluzioni coreografiche, che necessitano di una nuova fisicità e mimesi di grandissima efficacia da parte dei ballerini protagonisti.
Solo nove giorni dopo la prima della sua “Sesta Sinfonia (La Patetica)”, Tchaikovsky muore a San Pietroburgo il 6 novembre del 1893.

Arnold Schönberg

 
(Vienna 1874 – Los Angeles 1951)
Compositore austriaco, ideatore del metodo dodecafonico e uno dei più importanti musicisti del XX secolo. Avvicinatosi alla musica grazie alla madre, e largamente autodidatta, Schönberg approfondì in seguito lo studio del contrappunto con l’aiuto del compositore austriaco Alexander Zemlinsky. Nel 1899 produsse la sua prima opera importante, Verklärte Nacht (Notte trasfigurata) per sestetto d’archi. Nel 1901 sposò Mathilde, la sorella di Zemlinsky, dalla quale ebbe due figli. La coppia si trasferì a Berlino, dove per due anni Schönberg si guadagnò da vivere orchestrando operette e dirigendo un’orchestra di cabaret.
Vienna, Berlino e gli Stati Uniti
Nel 1903 Schönberg tornò a Vienna a insegnare. Qui conobbe due compositori con i quali avrebbe stretto un legame di amicizia e che sarebbero diventati i suoi allievi più importanti: Anton Webern e Alban Berg. Nelle composizioni, Schönberg adottò un uso allargato dell’armonia (“pantonalità”), che in seguito lo portò all’atonalità. Pochi allora intuirono il genio di Schönberg; tra questi Richard Strauss e, soprattutto, Gustav Mahler: la sua produzione musicale di quegli anni fu comunque un insuccesso, esperienza che provocò in Schönberg la sensazione di essere perseguitato da un pubblico incapace di comprenderne la musica.
In questi anni si dedicò anche alla pittura ed espose i suoi dipinti con un gruppo di artisti, legati dall’adesione ai principi espressionisti, che facevano capo al movimento del Cavaliere Azzurro. Nel 1911, dopo aver dato alle stampe il Manuale di armonia, Schönberg accettò un posto di insegnante a Berlino. Qui compose uno dei suoi lavori più importanti, Pierrot Lunaire (1912). Nel 1915 fece ritorno a Vienna. Le difficoltà degli anni della guerra, combinate con la sua ricerca di una via per dare logica e unità alla musica atonale, ne limitarono fortemente la produzione musicale tra il 1914 e il 1923, anno in cui, tuttavia, la formulazione del metodo compositivo dodecafonico trovò finalmente la sua forma. Con l’invito a insegnare composizione all’Accademia delle Arti a Berlino, nel 1925, Schönberg otteneva finalmente un incarico prestigioso, la sicurezza economica e una vita familiare stabile al fianco di Gertrud Kolisch, sorella del violinista autriaco, sposata nel 1924 dopo la morte della prima moglie.
Nel 1933 fuggì dalla Germania nazista e si rifugiò a Parigi. L’anno seguente emigrò con la famiglia negli Stati Uniti, a Boston, dove insegnò. Nel 1935 motivi di salute lo indussero a trasferirsi a Los Angeles, dove continuò a comporre e a insegnare sino alla morte (1951).
 
La produzione artistica di Arnold Schönberg è suddivisibile in tre periodi:
 
Il primo, che abbracciava gli anni delle prime esperienze musicali, identificabile all’incirca fino al 1900, mostra chiaramente la matrice di derivazione tardo-romantica, wagneriana, seppur ad un livello più evoluto ed esasperato del cromatismo e dell’armonia, dello stile del compositore. Appartengono a questo periodo i poemi sinfonici: “Notte trasfigurata”, “Pelléas et Melisande” .
 
La seconda fase artistica si identificò temporalmente dai primissimi anni del secolo fino agli anni ’20. Durante questo periodo nacque e si sviluppò il concetto di “atonalità” con il quale si aprì formalmente l’attacco all’armonia tonale tradizionale. Fu il periodo in cui effettivamente nasceva la scuola di Vienna, con tanti allievi che apprendevano le nuove vie musicali dalle sessioni di Schönberg. In realtà, più che di atonalità sarebbe opportuno parlare di “emancipazione della dissonanza”, per usare un’espressione diretta del compositore, dal momento che proprio nell’estremo, costante uso della stessa, in luogo del ruolo solamente culminante del passato, si sviluppò il sistema di assoluta parità di importanza di tutte e dodici le note costituenti l’ottava.
Appartennero a questa seconda fase il ciclo di lieder “Pierrot Lunaire” (1912) per voci soliste e accompagnamento dei più svariati strumenti, nei quali venne inventata una nuova forma di recitazione cantata denominata “Schprechgesang” che prevedeva la totale rottura con il melodismo, la legatura e il portamento delle varie note del canto tipicamente rossiniano a favore di un’intonazione rapida, metallica, quasi discorsiva.
 
La terza ed ultima fase coincise con gli ultimi anni, dal 1920 alla morte, durante i quali il compositore viennese, ormai spintosi in un’avanguardia estrema nell’arditezza delle sue teorie sulla atonalità, sentì la necessità di creare un nuovo ordine formale da applicare nelle sue composizioni, che servisse da nuova ossatura portante: il risultato delle sue elaborazioni si chiamò “dodecafonia”.
La nuova base formale diventò la “serie”, ossia una successione delle dodici note costituenti l’ottava, ordinate secondo un criterio prestabilito, che andavano ad essere il nuovo elemento di coesione del brano musicale attraverso la rigorosa ripetizione, diretta o con le più svariate tecniche contrappuntistiche dell’inversione, dell’imitazione retrograda, ecc…
Le dodici note andavano quindi ripetute secondo queste tecniche senza la possibilità di variare formalmente la serie in alcun modo.
La prima opera che sfruttava la nuova tecnica compositiva, fu la suite per pianoforte, prodotta negli anni 1921-23, cui seguirono poco dopo le famose variazioni per orchestra op.31, forse il massimo capolavoro dodecafonico di Schönberg.
A partire dagli anni che videro l’ascesa del nazismo in Germania, Schönberg si trasferì negli Stati Uniti, dove poté continuare la sua carriera artistica in totale libertà, lontano dal movimento di Hitler, che perseguiva le teorie dodecafoniche considerandole un filone degenerato della musica.
Risalgono sempre a questo terzo periodo l’opera “Un sopravvissuto di Varsavia” .
La popolarità delle teorie di Schönberg crebbero costantemente durante la prima metà del secolo, fino a regalargli una posizione di assoluto primo piano nel panorama musicale mondiale.
 
 

Giacomo Puccini

Giacomo Puccini nacque a Lucca il 22 dicembre 1858 da una famiglia di musicisti. Rimasto orfano di padre ad appena 8 anni, intraprese gli studi musicali, dopo quelli classici, nel 1874 all’istituto musicale «Pacini» di Lucca. Viste le doti non comuni dimostrate, Puccini fu poi mandato nel 1880 a perfezionarsi al Conservatorio di Milano, capitale dello spettacolo nell’Italia d’allora, grazie ad una piccola borsa di studio concessagli dalla regina Margherita.
 
Appena diplomatosi compose l’opera Le Villi, che fu rappresentata con successo al teatro Dal Verme, tanto  che l’editore Giulio Ricordi (che diventò poi suo amico e consigliere) ne acquistò i diritti e gliene commissionò un’altra (Edgar).
 
Il successo e la fama arrivarono però solo nel 1893 con Manon Lescaut, opera dalla ricca invenzione melodica e dal forte teatralità e drammaturgia, caratteristiche che avrebbero poi distinto la successiva produzione pucciniana.
 
Dal 1891 si stabilì a Torre del Lago (Viareggio), prima in una vecchia casa affittata, poi nella villa che andò ad abitare nel 1900. Qui furono composte le sue opere di maggior successo ed iniziò a collaborare con Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, i librettisti che interpretarono con maggior finezza la sua sensibilità.
 
Nel 1896 “La Bohème”, opera di taglio verista, con personaggi tratti dalla realtà quotidiana, lontani dall’eroismo, fu presentata al Teatro Regio di Torino con la direzione d’Arturo Toscanini ed aprì a Puccini la strada per la notorietà in Europa.
 
Nel 1900, con “Tosca”, il compositore sperimentò il dramma verista a tinte fosche, con scene violente e ritmo sostenuto, mentre nel 1904 con “Madama Butterfly” – ancora su libretto di Giuseppe Giacosa – tornò al personaggio della fanciulla innamorata ed infelice, destinata ad una triste sorte per la propria ingenuità, nell’ambientazione esotica del Giappone. La prima scaligera fu fischiata, ma la successiva rappresentazione a Brescia segnò il trionfo del compositore.
Con “La fanciulla del West”, rappresentata a New York nel 1910, la cui ambientazione americana determinò la scelta di ritmi sperimentali, Puccini raggiunse l’apice della propria fama internazionale. Seguirono l’operetta “La rondine” e gli atti unici “Il tabarro”, “Suor Angelica”, “Gianni Schicchi”, raccolti sotto il titolo di “Trittico” nel 1918.
 
Negli ultimi anni di vita, il compositore si dedicò alla “Turandot”, rimasta incompiuta per la morte sopraggiunta nel mattino del 29 novembre 1924 a causa di un tumore alla gola, e, in seguito, terminata da Franco Alfano sulla base degli appunti di Puccini. La prima rappresentazione dell’opera d’ambientazione cinese tratta dall’omonima fiaba di Carlo Gozzi, che segnava il rinnovamento del linguaggio pucciniano, ebbe luogo a Milano nel 1926.
 
 
LA MUSICA
 
Giacomo Puccini concluse il felice periodo del melodramma all’italiana, che, attraverso i grandi compositori dell’ottocento ( Rossigni, Bellini, Donizetti, Verdi,ecc.) aveva stretto forti legmi con il pubblico, dando voce agli ideali e al gusto del popolo. Il compositore toscano cantò lo spirito tardo-romantico e il clima morbido dell’età umbertina e degli albori del XX secolo, che non guardava più ai grandi personaggi, agli eroi, ma si soffermava alle piccole cose, al quotidiano, al particolare.
Nel suo teatro il tema tipico del melodramma “amore-morte”, è riferito a personaggi tratti dalla gente comune, in particolare quelli femminili (Manon, Mimì e Musetta, Tosca, Cio-Cio San, Minnie, Giorgetta,suor Angelica, Turandot e Liù). Le sue opere, numericamente poche, sono ciascuna frutto di una meditata ricerca. In particolare del Canto gregoriano per Tosca, di temi orientali per Tourandot. Studiò inoltre le partiture di Debusy, Stravinskij e Schoenberg, in un Italia ancora pochissimo aggiornata sulle cose musicali d’oltralpe.
Giacomo Puccini fece peraltro parte di quella generazione di musicisti nati nel decennio 1857-67 (Leoncavallo, Mascagni, Cilea e Giordano) che si impose nel quarto di secolo che precedette la prima guerra mondiale e che venne chiamata prima verista e  poi “Giovane scuola”. La loro musica aveva in effetti molti tratti comuni al verismo letterario italiano (figlio del realismo francese di Balzac e del naturalismo di Zola): poche descrizioni e abbondanza di dialoghi parlati, sempre in relazione ai diversi registri linguistici dei personaggi rappresentati, incluse le forma dialettali e le locuzioni gergali. Ma anche e soprattutto i temi trattati facevano di un’opera un opera verista: il mondo dei poveri, la vita e i problemi quotidiani, oltre al dramma storico e  l’esotismo. Altro elemento comune della produzione musicali di questi musicisti fu lo stile di canto, dalla voce spiegata con frequenti incursioni nel registro acuto, quasi  sottolineare le inquietudini e i turbamenti dei protagonisti.
 
 
LE OPERE
 
Le Villi, opera-ballo in un atto e due quadri. Libretto di Ferdinando Fontana da Alphonse Karr (Le Wilis,1852). Milano, Teatro Dal Verme, 31 maggio 1884.
 
Edgar, dramma lirico in quattro atti. Libretto di Ferdinando Fontana, da Alfred De Musset (La coupe et les lèvres, 1832).  Milano, Teatro alla Scala, 21 aprile 1889.
 
Manon Lescaut, dramma lirico in quattro atti. Libretto anonimo, a cui collaborarono (in ordine cronologico) Ruggero Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica, Giacomo Puccini, Giulio Ricordi, da Antoine-François Prévost (Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut, 1731).  Torino, Teatro Regio, 1° febbraio 1893.
 
La bohème, scene in quattro quadri.  Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, da Henri Murger (La Vie de Bohème, in coll. con Théodore Barrière, 1849; Scènes de la Vie de Bohème, 1851).  Torino, Teatro Regio, 1 febbraio 1896.
 
Tosca, melodramma in tre atti.  Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, da Victorien Sardou (La Tosca, 1887).  Roma, Teatro Costanzi, 14 gennaio 1900.
 
Madama Butterfly, tragedia giapponese in due atti.   Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, da David Belasco (Madame Butterfly, 1900), e da John Luther Long (Madam Butterfly, 1898) e, per qualche spunto, da Pierre Loti (Madame Chrysanthème, 1887).  Milano, Teatro alla Scala, 17 febbraio 1904.
 
La fanciulla del West, opera in tre atti.  Libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini, da David Belasco (The Girl of the Golden West, 1905).   New York, Metropolitan Theatre, 10 dicembre 1910.
 
La rondine, commedia lirica in tre atti.  Libretto di Giuseppe Adami, da uno scenario di Alfred Maria Willner e Heinz Reichert.  Monte Carlo, Théâtre de l’Opéra, 27 marzo 1917.
 
Il trittico. New York, Metropolitan Theater, 14 dicembre 1918.
 Il Tabarro, opera in un atto.  Libretto di Giuseppe Adami, da Didier Gold (La Houppelande, 1910).
 Suor Angelica, opera in un atto.  Libretto di Giovacchino Forzano.
 Gianni Schicchi, opera in un atto.  Libretto di Giovacchino Forzano, dal Commento alla Divina Commedia d’Anonimo fiorentino del secolo XIV (1866) e da Inferno, XXX, vv. 31-33, 40-45.
 
Turandot, dramma lirico in tre atti.  Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, da Carlo Gozzi (Turandotte, 1762).   Milano, Teatro alla Scala, 25 aprile 1926.
 
 
 

Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

Giuseppe VerdiGiuseppe Verdi nacque nelle campagne della bassa parmense, a Roncole, frazione di Busseto, il 10 ottobre 1813 da Carlo, oste e rivenditore di generi alimentari, e Luigia Uttini, filatrice. Carlo proveniva da una famiglia di agricoltori piacentini (stesse origini della moglie) e, dopo aver messo da parte un po’ di denaro, aveva aperto una modesta osteria nella casa di Roncole, la cui conduzione alternava al lavoro dei campi. L’atto di nascita fu redatto in francese, appartenendo in quegli anni Busseto e il suo territorio all’Impero francese creato da Napoleone.

Pur essendo un giovane di umile condizione sociale, riuscì tuttavia a seguire la propria vocazione di compositore grazie alla buona volontà e al desiderio di apprendere dimostrato. L’organista della chiesa di Roncole, Pietro Baistrocchi, lo prese a benvolere e gratuitamente lo indirizzò verso lo studio della musica e alla pratica dell’organo. Più tardi, Antonio Barezzi, un negoziante amante della musica e direttore della locale società filarmonica, convinto che la fiducia nel giovane non fosse mal riposta, divenne suo mecenate e protettore aiutandolo a proseguire gli studi intrapresi.

La prima formazione del futuro compositore avvenne tuttavia sia frequentando la ricca biblioteca della Scuola dei Gesuiti a Busseto, ancora esistente, sia prendendo lezioni da Ferdinando Provesi, maestro dei locali filarmonici, che gli insegnò i principi della composizione musicale e della pratica strumentale. Verdi aveva solo quindici anni quando, nel 1828, una sua sinfonia d’apertura venne eseguita, in luogo di quella diRossini, nel corso di una rappresentazione di Il barbiere di Siviglia al teatro di Busseto. Nel 1832 si stabilì a Milano, grazie all’aiuto economico di Antonio Barezzi e a una “pensione” elargitagli dal Monte di Pietà di Busseto. A Milano tentò inutilmente di essere ammesso presso il locale prestigioso Conservatorio e fu per diversi anni allievo di Vincenzo Lavigna, maestro concertatore alla Scala. Nel 1836 sposò Margherita Barezzi, ventiduenne figlia del suo benefattore, con la quale due anni più tardi andò a vivere a Milano in una modesta abitazione a Porta Ticinese. Nel 1839 riuscì finalmente, dopo quattro anni di lavoro, a far rappresentare la sua prima opera alla Scala: era l’Oberto, Conte di San Bonifacio, su libretto originale di Antonio Piazza, largamente rivisto e riadattato da Temistocle Solera. L’Oberto era un lavoro di stampo donizettiano, ma alcune sue peculiarità drammatiche piacquero al pubblico tanto che l’opera ebbe un buon successo e quattordici repliche.